Un ladro, quella mattina venne un ladro. Non volle gioielli, soldi, computer, televisori, stereo, telefoni, macchine, carte di credito, foto camere, assegni, dobloni d’oro, titoli al portatore, vestiti, mappe del tesoro, codici segreti, bombe atomiche, diamanti, segreti, donne, cibo, posate d’argento, tovaglie ricamate, radioline, lettori DVD, libri, software o strumenti musicali: volle il mio tempo, e lo prese con la forza! Molti lo chiamano istruzione, altri insegnamento, taluni scuola ma, in cuor mio, io so che egli fu, era, ed è un vile ladro. Sia maledetto lui che mi portò via dal mio corpo di bambino e mi buttò nel gelido inverno dell’adolescenza. Non capii perché, non mi era chiaro il motivo, rimasi basito, quasi impietrito, da quella realtà che mi passava davanti senza ch’io la potessi afferrare, senza che potessi gridare «Aspetta! Fermati!», senza avere il tempo di chiedere a mia madre perché dovessi andarci, in quella sQuola. Ricordo che mi chiusero in una stanza con altri bambini, faceva freddo, e ad un certo punto entrò l’insegnante e ci disse che avremmo dovuto chiamarla maestra, che ci avrebbe insegnato e che sarebbe stato divertente. La cosa più divertente fu l’ora d’andar via, ingenuamente pensai di poter tornare a casa a trastullarmi tra giochi e costruzioni, a completare il mio quartier generale dei Lego che ero in procinto d’ultimare, ma il fato non volle così. Come una amara tortura mi fu permesso la sera di continuare il mio gioco spensierato, ma la medicina arrivò la mattina seguente, quando una mano mi toccò e le labbra di mia madre mi sfiorarono la guancia in un tenero bacio, quelle stesse labbra tremende che poi annunciarono la mia condanna «Svegliati, è tardi: devi andare a scuola!».